Ivan Olivieri, una vita da artista
Come descriveresti la tua formazione artistica?
[…] Sono cresciuto in un piccolo paese della Valpolicella. Nella mia, come in quasi tutte le altre famiglie, non c’era l’usanza di andare a teatro. La preoccupazione principale dei genitori era quella di lavorare e garantire un discreto tenore di vita ai figli. Cosa c’era al di fuori del paese ci veniva mostrato dalla televisione che da pochi anni aveva fatto il suo ingresso in tutte le case italiane. Il luogo ricreativo per eccellenza era l’oratorio, ma anche lì di teatro nessuna traccia. Pur avendo una madre molto giovane che amava la lettura e che aveva una discreta cultura, io snobbavo leggere perché mi annoiava e trovavo più eccitante passare il mio tempo all’aria aperta in mezzo alla natura a giocare o a perdersi in sempre nuove avventure con i miei giovani amici. Dopo le scuole medie ho deciso di entrare in seminario perché ero attratto dall’idea di dedicare la mia vita agli altri e possedevo una fervida fede. Ci sono rimasto due anni, due anni splendidi; ho trovato un ambiente vitale e ricco di sollecitazioni. In seminario avevamo un teatro enorme che ogni lunedì si trasformava in sala cinematografica dove potevamo vedere film importanti. Lì ho scoperto cosa fosse il cinema e lì che ho cominciato ad amare la recitazione. È avvenuta la piena consapevolezza quando, in occasione di una visita dei genitori, dovevamo organizzare uno spettacolo con pezzi recitati e cantati. È scoccata in me come una scintilla, come quando ci si innamora a prima vista; non sai ancora bene di cosa si tratta ma sai che ti piace e che è importante. Da quel momento non ho più potuto fare a meno del teatro. Lì nacque anche la mia prima esperienza, chiamiamola così, cinematografica che coinvolse tutta la mia classe. Supportati dal nostro docente di letteratura intraprendemmo questa avventura. Scrivemmo la sceneggiatura di un breve film e organizzammo le riprese. Io ero l’attore protagonista. Tutti vennero impiegati o come attori o come troupe; l’operatore era il nostro insegnante. Ringrazio ancora oggi quell’insegnante. Il suo nome è don Giuseppe Zenti, l’attuale Vescovo di Verona.
Quando lasciai il seminario completai gli studi in un nuovo liceo, il “don Mazza” a Verona, dove la fortuna volle che ci fosse un teatro che veniva ristrutturato proprio allora. Lì ebbi l’occasione di partecipare al mio primo spettacolo teatrale vero e proprio; si trattava del “Sogno di una notte di mezza estate” di W. Shakespeare dove interpretavo il personaggio di Bottom. L’anno successivo fu la volta de “Le baruffe chiozzotte” di Carlo Goldoni nel ruolo di Tita Nane. Finito il liceo mi iscrissi all’Università ma il pallino del teatro non mi lasciava. Venni a conoscenza della Compagnia “Giorgio Totola” e chiesi di poterne fare parte. La compagnia era di ottimo livello. Sono rimasto in compagnia per 10 anni. Eravamo molto richiesti per la qualità dei nostri lavori che erano sinonimo di garanzia per chi ci ospitava. Quasi tutti i fine settimana eravamo in qualche teatro. Facevamo un gran numero di repliche e ci è capitato di essere ospitati anche all’estero in occasione di festival internazionali come, per esempio, in Canada e a Montecarlo. Non sono mancati nemmeno appuntamenti importanti come il Festival Shakespeariano al Teatro Romano di Verona, esperienza indimenticabile. Questi anni di lavoro con la compagnia “Totola” sono stati importantissimi per la mia formazione anche perché mi hanno fatto conoscere concretamente l’edificio teatrale, con la sua struttura e i suoi mezzi. Ho avuto la fortuna di fare parte di quel piccolo gruppo che si occupava anche della costruzione delle scenografie e dell’allestimento scenico negli spazi dove venivamo ospitati. Mi ero formato un’idea piuttosto varia e completa della macchina teatrale. In questi anni il teatro mi ha assorbito molto ma non mi dava ancora di che vivere. Avevo quindi qualche lavoretto e frequentavo la facoltà di Lettere Classiche all’Università di Verona. Ho buttato tanto tempo per capire quale direzione prendere. Cominciavo a sentire stretta la realtà veronese e desideravo fare in modo che la recitazione diventasse il mio lavoro.
Nel 2000, dopo aver realizzato due allestimenti per l’Università di Verona con studenti dell’Ateneo, ho sentito una forte curiosità per la regia teatrale. Ho quindi deciso, tra mille incertezze ma con molta serenità, di fare domanda per accedere agli esami d’ammissione all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma. Il limite d’età per recitazione era già scaduto ma per regia ci rientravo ancora per un pelo. Tentai. In un mese preparai tutti i materiali. A settembre iniziarono le selezioni. Fui ammesso. A novembre ero a Roma senza alcuna conoscenza e senza una casa. Ma ero felice. Frequentare l’Accademia “Silvio D’Amico” a Roma è stato importante per varie ragioni: la prima è data già dal fatto di riuscire ad essere ammessi. per accedere a questa scuola, infatti, si è sottoposti ad un lungo iter di selezione che si sviluppa in tre fasi. Superate le prime due, nelle quali si sostengono prove di recitazione, di canto e di improvvisazione con il linguaggio del corpo, si accede alla terza fase che, allora, aveva una durata di 21 giorni con obbligo di frequenza per otto ore giornaliere. Oltre alle prove di recitazione, noi aspiranti registi avevamo prove specifiche di regia e ci era spesso chiesto di fermarci oltre l’orario ordinario. Al termine di questa ultima approfondita valutazione dei candidati finalisti (40 circa su circa 600 esaminati) solo 18/20 verranno ammessi a frequentare i corsi. Questa accuratezza nella selezione dovrebbe essere già di per sé un elemento di garanzia sulla qualità degli attori che usciranno dalla scuola per immettersi nel mondo del lavoro. Non sempre è stato così ma, di certo, è un buon presupposto per iniziare col piede giusto. Altra ragione è che, in questa scuola, gli insegnanti sono tutti professionisti che lavorano o hanno lavorato attivamente nel mondo dello spettacolo come registi e come attori e che hanno quindi una competenza e una consapevolezza concreta e sperimentata di quello che insegnano.
Quali sono stati gli incontri e i momenti per te più significativi da un punto di vista professionale e artistico?
I miei modelli di riferimento sono notevolmente mutati da quando ho mosso i miei primi passi ad oggi. La mia preoccupazione non è più quella di essere applaudito o di assomigliare o evocare qualche altro attore, ma solo quella di rendere credibile e appropriato quello che faccio. Il mio obiettivo è affinare la mia capacità interpretativa al punto tale di usare, per tale scopo, solo ciò che è indispensabile, eliminando tutto il superfluo. Oltre a questo devo credere profondamente nel progetto al quale mi dedico. Ho bisogno di sapere che quello che faccio può far riflettere il pubblico su una problematica o su una situazione socio-politica a meno che non si tratti di puro intrattenimento. Poiché il teatro non ha più quella naturale forte funzione di aggregazione sociale che poteva avere, per esempio, nel mondo greco-romano siamo costretti a sforzarci un po’ di più per arrivare nelle coscienze della gente. Potrei fare un lunghissimo elenco di film, spettacoli, attori e registi che amo ma qui mi limiterò a segnalare solo poche cose che mi sono rimaste nel cuore e che costituiscono per me dei punti di riferimento solidi. Per il teatro, voglio ricordare uno spettacolo che mi ha profondamente segnato per la regia e per il sapiente e misuratissimo utilizzo degli attori, “La tempesta” di Shakespeare per la regia di Peter Brook, indiscusso maestro di cui ammiro quasi tutta la produzione teatrale.
Nel cinema, per la qualità della regia, della sceneggiatura e dell’interpretazione “Il verdetto” di Sidney Lumet con un impareggiabile Paul Newman su sceneggiatura di David Mamet e “Il Petroliere” di Paul Thomas Anderson nella splendida interpretazione di Daniel Day-Lewis. Oltre a quelli già citati, tra gli attori, di cui amo il lavoro serissimo e profondo nella preparazione del personaggio, scelgo di collocare nel posto più alto il nostro, poco valorizzato e troppo spesso dimenticato, Gian Maria Volonté che ha sempre saputo dare ai suoi personaggi tratti di impareggiabile autenticità. Lo straordinario lavoro di Volonté sembra descritto in queste parole con le quali Orson Welles dava la sua definizione di recitazione: “La recitazione è come una scultura. Cioè si tratta di eliminare il superfluo per far emergere la verità. È questo la recitazione. Un’interpretazione davvero grande e riuscita è merito esclusivo dell’attore, dipende da quello che ha lasciato in camerino prima di affrontare la macchina da presa. Per dare vita a un personaggio non basta un buon trucco. Truccarsi è necessario, ma quel che davvero serve è spogliarsi, scrollarsi di dosso il superfluo e offrire al pubblico quella parte di noi che corrisponde al personaggio. In ognuno di noi c’è un mascalzone, un assassino, un fascista oppure un santo. Dunque l’attore è colui o colei che riesce ad espellere da sé ciò che può interferire con quella verità”.
Tra i Maestri che ho avuto la fortuna di incontrare ritengo doveroso ricordarne uno in particolare, un uomo che ho amato molto, l’instancabile Mario Ferrero che, nonostante la sua età avanzata, ancora insegna in Accademia.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Nonostante il Teatro sia stato il mio primo grande amore, in questo momento, mi sento molto attratto dalla recitazione cinematografica. Nel 2010 ho lavorato prevalentemente in teatro, se escludiamo una piccolissima partecipazione nel film “Vallanzasca” di Michele Placido. Proprio con Placido, lo scorso marzo, abbiamo realizzato uno spettacolo che è nato per l’Abruzzo dopo il terremoto dell’Aquila. Si è trattato della messa in scena di Fontamara di Ignazio Silone, anch’egli abruzzese, uomo dalla vita densissima. È un testo che racconta di come un gruppo di poveri contadini della Marsica vengano sfruttati e ingannati dai loro governanti e dalle persone in cui avevano riposto la loro fiducia. Poi è stata la volta di un testo di puro intrattenimento, “Molto rumore per nulla” di Shakespeare al Teatro Globe di Roma per la regia di Loredana Scaramella e la Direzione Artistica di Gigi Proietti. Quindi ancora una messa in scena di un testo di nuova drammaturgia, “Natale 2004” al Teatro Vittoria “Attori e Tecnici” di Roma. Da poco ho iniziato una collaborazione al nuovo allestimento dello spettacolo che vedrà in scena Giorgio Tirabassi con il testo di Ascanio Celestini “Lotta di classe” mentre a marzo inizierò le prove di uno spettacolo, “La resistibile ascesa di Arturo UI” di Bertolt Brecht che debutterà ad aprile al Teatro Argentina di Roma. Si tratta di una coproduzione del Teatro di Roma e del Teatro Stabile dell’Emilia che avrà come protagonista Umberto Orsini per la regia di Claudio Longhi. È un testo che riflette su come una società capitalistica possa facilmente degenerare in un sistema dittatoriale. Si svolge nell’America degli anni ’30 e vede contrapporsi bande di gangster per l’ascesa al potere ma, in realtà, parla dell’ascesa al potere di Adolf Hitler.
Cosa consigli a un ragazzo che vuole diventare un attore professionista?
Se dovessi parlare razionalmente a un ragazzo che esprimesse il desiderio di intraprendere questa strada gli direi più o meno così: “Lascia perdere. È una scelta che può portare tanta infelicità. È un lavoro più precario dei precari. Non esistono certezze. È un lavoro che in Italia ha dinamiche clientelistiche assai sviluppate; quindi o fai parte di quelle dinamiche e hai un percorso privilegiato o ti devi accontentare delle briciole. È un lavoro non tutelato dallo Stato. Negli altri Paesi se non lavori per un periodo, lo Stato ti concede un sussidio di disoccupazione, ti tutela perché è interesse della collettività tutelare la cultura e chi la fa. In Italia non è così. Quindi le alternative rimangono poche. O diventi una star, o hai alle spalle una famiglia ricca che ti mantiene o muori di fame. Oltre a tutto questo, che fa parte del nostro dna di italiani ormai da molto tempo, viviamo in un momento storico e in un paese i cui governanti hanno bistrattato e violentato la cultura. Recenti sono le manifestazioni contro i tagli selvaggi subiti dalla cultura. Da molto tempo non si vedevano le rappresentanze di tutte le categorie unite in piazza per una protesta unitaria. Non dobbiamo però dimenticare che i primi a gestire male la cultura sono stati proprio coloro che avrebbero dovuto garantirla e che invece hanno pensato bene di approfittare delle loro posizioni per arricchirsi e ottenere situazioni di privilegio gestendo selvaggiamente le risorse economiche destinate ad alimentare la cultura. Di fronte a un quadro così desolante come si può incentivare un giovane a fare una scelta come questa”. Se, invece, dovessi parlare col cuore, tenendo però ben saldi i piedi a terra gli direi: “Ottima scelta. Non esiste lavoro più bello di questo. Brucia le tappe una dopo l’altra. Studia. Prenditi una bella laurea. Impara benissimo le lingue e in particolar modo l’Inglese. Valuta bene quali sono le tue potenzialità. Frequenta una buona scuola di recitazione, magari all’estero in Inghilterra o negli USA. Fai di tutto per poter lavorare in Francia, Inghilterra e Sati Uniti. Cerca, insomma, di aprire al massimo gli orizzonti. Oggi, credo, sia questa la carta vincente”. C’è anche un’esigua possibilità di riuscire grazie alle proprie capacità, esigua ma c’è; quindi si tratta di credere nelle proprie potenzialità e nel proprio obiettivo.
Detto questo, non esistono regole precise. In Italia, la strada più chiara da seguire per chi vuol cominciare è, come ho già detto, quella di frequentare una buona scuola che sia anche prestigiosa e cercare di spaziare nella conoscenza del maggior numero di realtà e di possibilità. Il diploma di una scuola rinomata non porta necessariamente lavoro ma è considerato elemento di garanzia e quindi può dare accesso ad ambienti prima inaccessibili. Dopodiché ognuno ha un suo percorso personalissimo. Per chi vuole fare l’attore, dopo la scuola, è utile trovarsi una buona agenzia. Intendiamoci, una buona agenzia, nella giungla odierna, non è tale perché porta lavoro ma perché ha un buon potere contrattuale, ciò significa che una volta ottenuto un contratto riuscirà a farti prendere il massimo. Per chi vuole fare il regista credo che la strada sia diversa e consista più o meno in questo. Dopo aver fatto la scuola dovrà fare di tutto per trovare i soldi per produrre un suo progetto, sia esso uno spettacolo teatrale, un corto o un lungometraggio. Una volta ottenuti i soldi non è detto che riuscirà a fare esattamente quello che si era prefisso a causa delle innumerevoli interferenze. Se saprà gestire tutto bene, riuscirà a portarsi a casa un prodotto che potrà farlo apprezzare e conoscere e che gli faciliterà il compito di trovare un produttore per il suo prossimo progetto. Molto utili sono, per corti e film, i festival nazionali e internazionali. Proprio perché non ci esistono percorsi certi, l’importante è non aspettarsi nulla dall’esterno, puntare tutto su sé stessi, reinventarsi ogni giorno e lottare per riuscire a realizzare i propri progetti.









